Dalla toscana a Londra per realizzare i sogni dei clienti

David Ulivagnoli

David Ulivagnoli è un architetto toscano che a livello professionale nasce nel 1998 come Interior Designer. Specializzato in Architettura del paesaggio, ha collaborato con grandi nomi del design, e ha realizzato progetti in Cina, Austria, Francia, Inghilterra. In questo momento ha ben due studi, uno con sede in Italia, Studio Adu, e uno a Londra, Adu London UK, che nasce per promuovere le opere dell’architetto. Nella vita è anche un musicista, un’insegnate, art director e sommelier; e la sua fonte d’ispirazione sono i sogni dei suoi clienti. Il 2018 segna il ventesimo anno di attività professionale, e per questo motivo gli abbiamo fatto qualche domanda per comprendere al meglio cosa hanno significato per lui questi due decenni di attività.

Per me il concetto di Traveller Designer intende la connessione tra il design e i viaggi. A suo modo di vedere esiste questa connessione?

“I viaggi sono sempre esperienze di vita. Un creativo deve sempre riuscire a far tesoro del proprio vissuto. Riuscire a riproporre un sapore, dare vita a certe sensazioni, riscoprire motivi di gioia, cercare di dare l’energia giusta, essere sempre alla ricerca della Luce. Design è sicuramente una parola dal significato pregnante. Sotto il termine Design ci può, anzi ci deve stare, anche la collezione delle esperienze che un progettista abbia potuto accumulare. Giovanni Klaus Koenig, per Design, intendeva tutt’altra cosa…”

Cosa significa per lei?

“Significa avere sempre libero accesso alla nostra personalissima biblioteca, che via via arricchiamo con i dettagli delle nostre esperienze. Oggi per Design intendiamo forse troppe cose. Il termine Design nasce per i prodotti legati alla produzione in serie. Oggi ci scappa anche di sentir dire: “guarda che bella casa di Design”… Si sta comunque al gioco, e recepiamo il termine Design cercando di capire cosa intenda la committenza. Certo è, che a seconda dei paesi, le tecniche costruttive sono diverse. Già fra Italia, Francia e Inghilterra le differenze sono incredibili. In Italia, per quanto concerne il mondo della ristrutturazione, siamo tecnologicamente molto più avanzati e preparati.”

Perché ha scelto di aprire uno studio a Londra?

“Londra è venuta da sé. Dopo una serie di esperienze all’estero che mi hanno visto direttamente coinvolto dal 2012, assieme ai collaboratori dello Studio, a partire dalla Cina, la Francia, il Marocco, Qatar e Svizzera, Londra è stata la sede all’estero che potesse rispecchiare maggiormente il carattere di internazionalità del nostro Studio. Londra è il meltin’ pot che si diceva per New York. Nonostante la Brexit, è la capitale d’Europa.”

Che tipo di clientela offre Londra?

“La clientela è la stessa da tutte le parti. È fatta di persone o società che intendano migliorare i loro spazi: che siano abitativi, lavorativi o legati allo svago. Sicuramente c’è molta più voglia di fare. Certamente il livello di preparazione richiesta è molto elevato. Servono molte consulenze. Ci tengono a sapere il punto di vista dell’Architetto. Il nostro Studio si muove su diverse caratteristiche e peculiarità professionali: dalla ristrutturazione, all’Interior Design, la Paesaggistica… senza dimenticare l’Art Direction.”

In questo momento, dato che si divide tra Italia e Gran Bretagna, quali stili predominano secondo lei, nei due Stati e perché?

“Dipende dal target. Londra è caratterizzata dal nuovo skyline che offrono i moderni grattacieli di acciaio e vetro, anche se è fortissima la presenza di un’Architettura assolutamente caratteristica. È molto più moderna e proiettata verso il futuro rispetto a molte delle città italiane, naturalmente. Poi si scende nel particolare: nei locali, nelle abitazioni private… la voglia di moderno, comunque è forte!”

L’Interior Designer, come professione, è maggiormente considerata in Inghilterra?

“Credo che il buon Interior Designer debba essere un buon Architetto. E vice versa. Come si fa ad affrontare una ristrutturazione se non arriviamo a pensare agli spazi interni? Come possano gli spazi interni prescindere dall’intorno? È fondamentale conoscere i materiali e le tecniche costruttive. Sapere come fare ad aprire un varco in un muro portante. Il solo Architetto di Interior secondo me è una figura incompleta, o, meglio, è una figura che, se presa in quanto tale, si deve muovere fra i paletti creati dal collega che ha seguito la ristrutturazione. A lavori ultimati, un Interior Designer non può far aprire nuove tracce o pensare di progettare finestre. In un mondo dove sempre meno si costruisce ex novo, il Designer di Interni acquisisce maggior importanza. Sì, dobbiamo conoscere i materiali, ma anche le questioni legate all’illuminotecnica, le stoffe, le linee dei prodotti delle aziende produttrici di mobili. Si deve conoscere la falegnameria per poter progettare al meglio nuove soluzioni, ci si deve sempre e costantemente aggiornare.”

Molti Architetti, vista la crisi in Italia, pensano che la soluzione migliore sia aprire uno Studio all’estero. Lei lo consiglia vista la sua esperienza?

“Dal mio punto di vista pensare di fare un salto del genere da libero professionista, e non da giovane laureato che voglia fare esperienza in Studi all’estero essendo pronto ad orari massacranti di lavoro, non è facile. È fondamentale innanzitutto conoscere molto bene la lingua che certo non è quanto abbiamo imparato alle scuole superiori. Devi essere pronto a fare sacrifici nella ricerca di nuova clientela e nel tessere le maglie del networking. Fondamentale è il cercare di offrire una propria linea, devi saper dire e dimostrare quali siano le tue caratteristiche professionali. L’improvvisazione da saltimbanco non va bene. Abbiamo aperto la nostra realtà a Londra affrontando il tutto dal punto di vista della Art Direction e del Marketing, e comunque con varie difficoltà. Cinquanta anni fa un Architetto che varcava i confini nazionali, proprio perché italiano, aveva grandissima considerazione. Oggi non è più così…”

Il progetto che più la rappresenta qual è?

“In generale, parlando degli altri, è sicuramente lo Shard di Renzo Piano, non fosse altro per una questione di orgoglio nazionale. Se mi rivolgo alla mia esperienza, ogni lavoro che ho fatto mi rappresenta. Perché rispecchia la volontà e le esigenze della committenza e la volontà del nostro Studio di aver trovato le soluzioni migliori.”

Lo stile che più la rappresenta, qual è?

“Non c’è uno stile solo. Sono affascinato da Gaudì, amo, per contraltare, la purezza di Le Corbousier o di Mies Van der Rohe. Trovo giusto il “Less is more” di Mies, quanto il “Too Much is Never Enough” di Morris Lapidus. Dipende dalle occasioni, dalla volontà della committenza. La ricerca della semplicità e della luce, è comunque il punto di partenza.”

Quanto il suo essere musicista e quindi creativo influisce sul suo lavoro di Architetto e di Interior Designer?

“Credo tanto. Non fosse altro per una questione di ritmicità, o comunque dei “crescendo” che devono essere in ogni buon progetto. Non tanto per una questione di teatralità, bensì per la necessaria ricerca dei dettagli. Il musicista non è detto che sia creativo. Sicuramente lo è il compositore. Certamente lo deve essere un Architetto, anche se ho trovato molti colleghi che apprezzino altre branche della professione… Le nostre esperienze devono essere messe al servizio di ogni buon progetto. Quindi ci deve essere la relativa calma sia nella fase di progettazione, di studio, che nella fase di realizzazione. Essere presenti sui cantieri per me è fondamentale. Nasce un problema al secondo, e a ma piace trovare le soluzioni migliori per risolvere. Ho comunque riscontrato risposte positive, soprattutto nel rifacimento dei locali o nella Art Direction, una volta che la committenza ha saputo che fossi Sommelier.”

Attualmente collabora con lui la nostra Cristina Magnante e Landscape Studio, di cui troverete gli articoli cliccando sul link!

Posted by

Interior Designer, Operatrice del Turismo Culturale, Artista

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